“Amore mio...”
La capitana accarezzò dolcemente il viso della sua amata.
Sembrava davvero che stesse dormendo.
Il suo splendido viso era rilassato, il suo incarnato scuro mascherava in parte, insieme al trucco, il suo pallore mortale.
Le sue lunghe ciglia riposavano sulle sue guance – una delle quali decorata da una cicatrice obliqua.
La capitana accarezzò quel punto, ripercorrendo l’antica ferita che lei stessa le aveva inferto il giorno in cui si erano conosciute.
Con calma – ormai il tempo non aveva senso – la ricoprì di gioielli.
Ogni pezzo aveva una sua storia. Era stato acquistato, donato, rubato da una delle due.
Una collezione degna di una regina.
I suoi orecchini preferiti, dei pendenti che raramente usava a causa della loro scomodità in battaglia.
Le cinse al collo la collana più sfarzosa.
Le ricoprì le braccia con bracciali di ogni tipo, provenienti da ogni parte del mondo.
Il corsetto che portava era ricamato con filo d’oro.
Quando l’ebbe sistemata nella cassa, prese il barile di pece e ne sparse il contenuto per tutta la nave.
Ripercorse quella che era stata la loro casa.
Aveva lasciato agli altri tutta l’altra refurtiva, le carte navali, il cibo.
Tutto quello di cui avessero potuto avere bisogno lo aveva lasciato a riva, per loro.
Una parte di lei sentiva di essere in debito verso la sua ciurma. Quegli uomini e donne erano stati per anni alleati fedeli, non avrebbe dovuto abbandonarli in quel modo.
Eppure non vedeva altra soluzione.
Alzando la testa a vedere il cielo le stelle non sembravano più abbastanza luminose.
Solo la profondità del mare conservava ancora un minimo di fascino.
L’aveva fissata per ore fino a quando Diego non le si era avvicinato, cercando di distoglierla dai suoi pensieri.
“Non si dovrebbe fissare il mare di notte, lo sai” l’aveva avvertita l’uomo. Aveva distolto lo sguardo quando aveva aggiunto “potresti… cadere”
‘O potrei buttarmi’ aveva pensato la capitana. Il povero Diego non poteva immaginare che aveva sognato di bruciare tutto, come stava facendo adesso, con la sua ciurma a bordo.
Il suo dolore l’aveva quasi spinta a quel folle gesto, ma per fortuna aveva resistito a quella terribile tentazione.
Aveva deciso di visitare il Vecchio Porto, di omaggiare la sua amata Seline con una grande festa nel luogo in cui si erano incontrate, raccontando vecchi aneddoti e facendo finta di bere insieme agli altri. Li aveva lasciati tutti tra le braccia di prostitute e amanti o addormentati con la bottiglia ancora stretta in mano e ed era tornata alla nave.
La Cigno Nero sarebbe partita per un ultimo viaggio.
Da quella distanza riusciva ancora a vedere la riva luminosa, ma sapeva che nessuno avrebbe fatto in tempo ad interromperla.
La sua vista si offuscò per le lacrime.
“Grazie”
Non sapeva bene neanche a lei a chi fosse diretto quel ringraziamento.
Alla sua ciurma?
Alla città?
Forse a entrambi.
Tornò in coperta e si sedette accanto a Seline, in quella cassa speciale preparata per ospitare un uomo particolarmente imponente… o due donne.
Prese una fiala dal suo borsello e ne vuotò il contenuto senza alcuna esitazione.
Aveva bevuto rum dal sapore peggiore.
Si accese un sigaro, facendo attenzione a spegnere il fiammifero.
Non era ancora il momento.
Appeso al collo aveva ancora l’orologio che le aveva regalato Seline.
Accarezzò le loro iniziali e poi si concentrò sulle lancette.
Non ci sarebbe dovuto volere molto.
La capitana accarezzò dolcemente il viso della sua amata.
Sembrava davvero che stesse dormendo.
Il suo splendido viso era rilassato, il suo incarnato scuro mascherava in parte, insieme al trucco, il suo pallore mortale.
Le sue lunghe ciglia riposavano sulle sue guance – una delle quali decorata da una cicatrice obliqua.
La capitana accarezzò quel punto, ripercorrendo l’antica ferita che lei stessa le aveva inferto il giorno in cui si erano conosciute.
Con calma – ormai il tempo non aveva senso – la ricoprì di gioielli.
Ogni pezzo aveva una sua storia. Era stato acquistato, donato, rubato da una delle due.
Una collezione degna di una regina.
I suoi orecchini preferiti, dei pendenti che raramente usava a causa della loro scomodità in battaglia.
Le cinse al collo la collana più sfarzosa.
Le ricoprì le braccia con bracciali di ogni tipo, provenienti da ogni parte del mondo.
Il corsetto che portava era ricamato con filo d’oro.
Quando l’ebbe sistemata nella cassa, prese il barile di pece e ne sparse il contenuto per tutta la nave.
Ripercorse quella che era stata la loro casa.
Aveva lasciato agli altri tutta l’altra refurtiva, le carte navali, il cibo.
Tutto quello di cui avessero potuto avere bisogno lo aveva lasciato a riva, per loro.
Una parte di lei sentiva di essere in debito verso la sua ciurma. Quegli uomini e donne erano stati per anni alleati fedeli, non avrebbe dovuto abbandonarli in quel modo.
Eppure non vedeva altra soluzione.
Alzando la testa a vedere il cielo le stelle non sembravano più abbastanza luminose.
Solo la profondità del mare conservava ancora un minimo di fascino.
L’aveva fissata per ore fino a quando Diego non le si era avvicinato, cercando di distoglierla dai suoi pensieri.
“Non si dovrebbe fissare il mare di notte, lo sai” l’aveva avvertita l’uomo. Aveva distolto lo sguardo quando aveva aggiunto “potresti… cadere”
‘O potrei buttarmi’ aveva pensato la capitana. Il povero Diego non poteva immaginare che aveva sognato di bruciare tutto, come stava facendo adesso, con la sua ciurma a bordo.
Il suo dolore l’aveva quasi spinta a quel folle gesto, ma per fortuna aveva resistito a quella terribile tentazione.
Aveva deciso di visitare il Vecchio Porto, di omaggiare la sua amata Seline con una grande festa nel luogo in cui si erano incontrate, raccontando vecchi aneddoti e facendo finta di bere insieme agli altri. Li aveva lasciati tutti tra le braccia di prostitute e amanti o addormentati con la bottiglia ancora stretta in mano e ed era tornata alla nave.
La Cigno Nero sarebbe partita per un ultimo viaggio.
Da quella distanza riusciva ancora a vedere la riva luminosa, ma sapeva che nessuno avrebbe fatto in tempo ad interromperla.
La sua vista si offuscò per le lacrime.
“Grazie”
Non sapeva bene neanche a lei a chi fosse diretto quel ringraziamento.
Alla sua ciurma?
Alla città?
Forse a entrambi.
Tornò in coperta e si sedette accanto a Seline, in quella cassa speciale preparata per ospitare un uomo particolarmente imponente… o due donne.
Prese una fiala dal suo borsello e ne vuotò il contenuto senza alcuna esitazione.
Aveva bevuto rum dal sapore peggiore.
Si accese un sigaro, facendo attenzione a spegnere il fiammifero.
Non era ancora il momento.
Appeso al collo aveva ancora l’orologio che le aveva regalato Seline.
Accarezzò le loro iniziali e poi si concentrò sulle lancette.
Non ci sarebbe dovuto volere molto.